Il Turismo Che Non Paga: Intervista a Cristina Nadotti
Il turismo viene spesso descritto come una risorsa preziosa e una fonte di ricchezza per il territorio e la comunità locale. Ma è davvero sempre così? Osservando più da vicino, il quadro si complica: centri storici sovraffollati, lavoro stagionale precario, prezzi inaccessibili e affitti in aumento che allontanano i residenti dalle città. Questi sono solo alcuni dei lati negativi dell’overtourism e del turismo di massa, che spesso si preferisce nascondere.
Le contraddizioni del turismo contemporaneo vengono portate alla luce in un interessante libro di Cristina Nadotti, dal titolo “Il turismo che non paga”. Un’inchiesta che attraversa l’Italia e dà voce a coloro che ogni giorno subiscono le conseguenze di un overtourism senza regole. L’opera invita a una riflessione critica sugli impatti sociali e ambientali di un settore troppo spesso idealizzato.
Abbiamo intervistato l’autrice per esplorare i temi del libro e riflettere su come sviluppare un turismo più equo e sostenibile.
L’intervista a Cristina Nadotti

Il libro nasce da un’inchiesta sul turismo contemporaneo: qual è stato il punto di partenza (o l’episodio) che ti ha spinto ad approfondire questo tema?
Più che di un episodio, si è trattato di una serie di riflessioni nate durante i miei tanti viaggi fatti sia per piacere, sia per lavoro. Credo, inoltre, che sia stato determinante osservare la trasformazione della Sardegna, la mia terra di adozione, a seguito dello sviluppo delle attività turistiche.
Alghero, che in estate quasi triplica i suoi 40mila abitanti, ha servizi che funzionano perfettamente in inverno, ma che in estate non riescono a reggere l’impatto della folla. All’inizio pensavo di concentrarmi soprattutto sull’impatto del turismo sull’ambiente, ma non si può parlare di sostenibilità ambientale senza concentrarsi anche sulla sostenibilità economica, sociale e culturale.
Il turismo che non paga mette in discussione l’idea del turismo come motore di sviluppo sempre positivo: quali evidenze o osservazioni ti hanno colpito di più nel ribaltare questa narrazione?
Nessuna attività umana può essere a impatto zero, ma del turismo, più che di altre industrie, si parla sempre come di un settore che porta ricchezza senza valutare i suoi impatti profondi. Questa narrazione dipende anche dal fatto che il turismo è l’industria delle vacanze, associate da sempre a svago, divertimento, gioia. A parlare di turismo, nella maggior parte dei casi, sono le organizzazioni del settore, gli imprenditori, i politici che si lasciano incantare dalla promessa di nuovi posti di lavoro.
Ho appunto voluto ribaltare questo punto di vista e parlare delle persone che dal turismo non guadagnano, anzi. Ho cercato di analizzare, per esempio, che tipo di lavoro è quello offerto dal settore turistico, oppure se un’economia che punta tutto sull’industria delle vacanze può essere un’economia solida.
Parli della trasformazione dei luoghi in “città d’arte”, “borghi autentici” o “destinazioni instagrammabili”: cosa cambia concretamente nella vita quotidiana dei territori?


Il turismo, per sua natura, cambia i territori in cui si sviluppa, perché le esigenze dei visitatori non sono uguali a quelle dei residenti. Il turismo ha bisogno di nuove strutture dedicate, così si assiste spesso a un consumo di suolo che impatta sull’ambiente senza migliorare la qualità dei servizi offerti agli abitanti. L’industria turistica cambia il tessuto sociale ed economico delle città, che rischiano di diventare parchi giochi e non più spazi in cui si vive, si lavora, si fa cultura.
Il turista ha una capacità di spesa, o comunque una propensione a spendere quotidianamente di più rispetto a un residente: da questo derivano gli aumenti dei prezzi. Il turismo, insomma, instaura una forma di colonizzazione perché impone alle comunità lo sguardo del visitatore e non quello dell’abitante.
Dopo l’uscita del libro ho ragionato su quest’ultimo aspetto e ho scritto un articolo che uscirà a giugno su The Passenger in cui approfondisco appunto le conseguenze di uniformarsi allo sguardo del turista.
Il libro dà spazio a molte voci diverse (residenti, lavoratori, operatori, ricercatori): quale testimonianza ti ha colpito di più?
Sono rimasta molto colpita dal racconto di Fabio De Iaco, specialista in medicina di urgenza, che mi ha raccontato cosa succede nei pronto soccorso delle località di mare.
Tengo molto anche alla testimonianza di Daniela D’Amico, dell’ufficio stampa del Parco Nazionale Abruzzo, Lazio e Molise. La sua descrizione delle pretese di turisti che si ritengono “viaggiatori ecologici”, ma non riescono a comprendere che ci sono posti in cui non si può andare, è stata illuminante.
Un’altra voce importante è stata quella di Franco Borgognop, con il suo racconto delle mutande smarrite in alta quota, un esempio di come anche chi si considera un turista attento lascia inevitabilmente rifiuti.
Ci tengo poi a dire che tutti gli accademici che ho interpellato sono stati eccezionali nel dedicarmi il loro tempo e le loro preziose riflessioni.
Uno dei concetti chiave è che il turismo non è un settore neutro ma ha impatti ambientali e sociali profondi: quali sono quelli più sottovalutati secondo te?
Di ambiente, anche se a sproposito, si parla tanto, ma sulle trasformazioni sociali e culturali alle quali accennavo prima si riflette poco. Si sottovaluta l’enorme consumo di risorse (acqua, cibo, energia, soltanto per citarne alcune) enfatizzando i vantaggi per l’economia e non si descrive mai abbastanza la natura estrattiva dell’industria turistica. Non si dice, poi, che l’economia basata principalmente sul turismo è una monocoltura pericolosa, che rischia di indebolire altri settori economici.
Nell’inchiesta emergono anche casi di overtourism: quali sono oggi le situazioni più critiche in Italia?


Tutti hanno sotto gli occhi Venezia, Firenze o Roma, ma ci sono molte piccole località che si stanno consegnando a un turismo che le renderà luoghi privi di specificità, Disneyland senza un futuro. Penso a paesi che sono descritti come “musei a cielo aperto”: chi potrebbe vivere in un museo? Il turismo delle aree interne è spesso citato come un rimedio allo spopolamento, ma non lo è. Senza programmazione, senza pensare prima di tutto ai bisogni di chi un territorio lo deve vivere non può esserci ripopolamento. Una delle conseguenze più evidenti e drammatiche della turistificazione dei centri urbani è la mancanza di alloggi: di sicuro gli affitti turistici non sono l’unico problema, ma amplificano l’emergenza abitativa.
Esistono già modelli di turismo più sostenibile che funzionano davvero? Quali ti sembrano più interessanti?
Ce ne sono moltissimi e partono tutti da una presa di coscienza delle comunità, che diventano parte attiva nella programmazione. Devo dire che molto spesso si tratta di comunità montane o di paesi dell’interno.
Il Trentino Alto Adige è in questo senso capofila, con progetti come quello di Visit Paganella, che ha ben compreso come i trasporti siano cruciali per evitare la concentrazione di turisti in un solo posto e nello stesso momento. Ci sono anche comuni come Pitigliano, dove si promuovono percorsi di riflessione condivisi, o regioni come il Friuli Venezia Giulia dove movimenti come il Patto per l’Autonomia cercano di mettere in guardia sul fatto che il sovraffollamento non avviene da un momento all’altro ed è necessario prevenire con una adeguata programmazione. Proprio quello che sottolineo nel libro. Sono poi particolarmente affezionata al progetto Miradas di Orgosolo, nel Nuorese.
Che ruolo possono avere strutture ricettive e viaggiatori nel contribuire a un cambiamento del sistema?
Sono sicuramente cruciali. Porto un esempio concreto: l’attività di imprenditrici come Daniela Meloni di Limolo House 56 Green, a Cabras nell’oristanese, mostra che è possibile influenzare le scelte dei visitatori. Meloni non ha soltanto costruito una struttura e proposto attività con un impatto ridotto, fa divulgazione, organizza momenti di riflessione, fa pressione sui decisori politici.


Sono imprenditori come lei che possono fare lobby in senso positivo. Quanto ai viaggiatori, credo che sarebbe importante insistere meno sul termine sostenibilità e puntare di più sul concetto di limite. Consumare meno, concentrarsi su ciò che è davvero indispensabile ed evitare quanto è superfluo sono il punto di partenza per rendere meno devastante l’industria del turismo.
Il cambiamento parte da noi
Le parole di Cristina Nadotti ci invitano a guardare il turismo con occhi diversi. Non si tratta di demonizzare il viaggio, che rimane una delle esperienze più arricchenti e formative, ma di abbandonare l’idea che il turismo sia un’attività automaticamente benefica e priva di conseguenze. Ogni visita ha un costo per il territorio, per i residenti e per l’ambiente.


Ogni decisione che prendiamo quando viaggiamo può contribuire a un turismo più equo e sostenibile: dove dormire, come spostarsi, quali attività sostenere. Scegliere destinazioni attente alla sostenibilità, privilegiare mezzi di trasporto ecologici e selezionare strutture ricettive sostenibili sono i primi passi per contribuire a un turismo responsabile e benefico per il territorio.
Come suggerisce Cristina, il cambiamento parte da noi: dagli imprenditori che fanno scelte coraggiose, dalle comunità che mantengono la propria identità e dai viaggiatori disposti a rallentare e a prediligere esperienze autentiche.
Un turismo davvero sostenibile è possibile. Ma, come ci ricorda questo libro, richiede consapevolezza, attenzione e uno sguardo sempre critico, capace di andare oltre le apparenze e le narrazioni più comode.
Per approfondire questi temi e lasciarti ispirare, ti consigliamo di leggere il libro completo e di condividerlo con chi, come te, crede in un modo diverso di viaggiare.
Immagine di copertina: Foto via Canva PRO
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