Il framing effect nel marketing e negli eventi aziendali
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Il framing effect nel marketing e negli eventi aziendali

Che cos’è il framing effect

Il concetto è stato portato all’attenzione della comunità scientifica da Daniel Kahneman e Amos Tversky, che nel 1981 pubblicarono sulla rivista Science uno studio ormai diventato un riferimento per la psicologia delle decisioni.

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L’esempio medico in apertura è esattamente quello presentato nello studio. Le persone a cui era stata posta la domanda “Devi sottoporti a un’operazione che ha il 10% di probabilità di essere fatale. Accetti di farla?” avevano risposto in maggioranza di no, mentre quelle a cui era stato chiesto  “Devi sottoporti a un’operazione che nel 90% dei casi non comporta alcun rischio. Accetti?” aveva risposto di sì. Stessa informazione, diversa “cornice”, diversa decisione.

Il framing effect nel marketing: stessi dati, percezione diversa

Non serve andare troppo lontano per incontrare questo meccanismo anche in altri ambiti. Il marketing, ad esempio, lo usa continuamente.

In una parte della sua comunicazione, IKEA ha adottato un approccio simile sottolineando che “solo il 14% delle persone associa la casa a momenti di gioco e svago”, per poi aggiungere che “il 61% delle persone che utilizzano la casa anche per attività ludiche, tuttavia, dichiara di avere una visione più ottimista del futuro”.

L’azienda ha cioè prima presentato i dati con un frame negativo, invitando i consumatori a riflettere su come utilizzino i propri spazi domestici, per poi rilanciare il messaggio con un frame positivo, spingendoli a reinterpretare la casa come luogo di gioco e creatività. Naturalmente allo scopo di promuovere prodotti e soluzioni d’arredo capaci di trasformare gli ambienti domestici in spazi più creativi e adatti al tempo libero.

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Come il nostro cervello reagisce alle informazioni

Il framing effect non funziona perché le persone sono facilmente influenzabili o poco razionali, ma è una conseguenza del modo in cui il cervello elabora le informazioni.

Un messaggio formulato in termini positivi tende a richiamare l’attenzione sulla possibilità di ottenere qualcosa, attivando una percezione di beneficio e opportunità, mentre un messaggio costruito intorno alla perdita, al contrario, porta più facilmente l’attenzione sul rischio e sulla necessità di proteggere ciò che già possediamo.

Per chi si occupa di organizzazione di eventi o marketing, comprendere questo meccanismo non significa imparare a manipolare il pubblico, ma comunicare le informazioni nella forma più utile per chi le deve interpretare.

Quando il framing diventa utile nell’event planning

Immaginiamo di avere davanti quaranta possibili location, una dozzina di formule di catering e un numero ancora maggiore di attività di team building. Tutto molto bello e tutto molto disponibile, in teoria. Eppure, dopo un po’, tutto risulta anche piuttosto difficile da gestire, perché troppe alternative simili generano soprattutto indecisione.

Dopo anni di esperienza, Smart Eventi ha imparato che una buona assistenza non consiste nel consegnare al cliente l’intero catalogo con una lunghissima lista di opzioni e aspettare che scelga, ma piuttosto nel dare un significato alle alternative migliori.

Una location sarà adatta a un lancio prodotto, mentre un’altra funzionerà meglio per un evento dedicato alla collaborazione e inserendo le informazioni base in una cornice più ampia si farà davvero l’interesse di chi chiede l’aiuto di un event planner.

Non un trucco pubblicitario, ma una strategia utile

In questa direzione, il framing effect non è un trucco pubblicitario, ma uno strumento di pianificazione, perché far esaminare a chi non se ne intende cinquanta voci quasi identiche non significa garantire libertà di scelta, ma rendere la decisione finale cinquanta volte più difficile.

Nel mondo degli eventi aziendali, quindi, dove tempo, budget e attenzione sono risorse tutt’altro che illimitate, avere davanti le opzioni giuste, anche grazie a un framing intelligente, vale molto più che averne un’infinità.

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A Private Blog Network (PBN) is a collection of websites that are controlled by a single individual or organization and used primarily to build backlinks to a “money site” in order to influence its ranking in search engines such as Google. The core idea behind a PBN is based on the importance of backlinks in Google’s ranking algorithm. Since Google views backlinks as signals of authority and trust, some website owners attempt to artificially create these signals through a controlled network of sites.

In a typical PBN setup, the owner acquires expired or aged domains that already have existing authority, backlinks, and history. These domains are rebuilt with new content and hosted separately, often using different IP addresses, hosting providers, themes, and ownership details to make them appear unrelated. Within the content published on these sites, links are strategically placed that point to the main website the owner wants to rank higher. By doing this, the owner attempts to pass link equity (also known as “link juice”) from the PBN sites to the target website.

The purpose of a PBN is to give the impression that the target website is naturally earning links from multiple independent sources. If done effectively, this can temporarily improve keyword rankings, increase organic visibility, and drive more traffic from search results.

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